Street art

MAAM, museo dell’Altro e dell’Altrove – Street art per proteggere le minoranze

Periferia est di Roma, via Prenestina 913. Questo è l’indirizzo del Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz (MAAM). E’ un museo abitato nel quale convivono varie forme d’arte contemporanea e circa 60 famiglie di etnie diverse.

Un tempo era la sede del salumificio Fiorucci, dove venivano prodotti prosciutti e salami e dove venivano macellati migliaia di maiali.

Lo stabilimento, di proprietà della Salini, dopo essere stato chiuso, venne occupato nel 2009 da parte dei blocchi precari metropolitani, movimento per il diritto alla casa, e si insediarono circa 200 persone tra adulti e bambini tutti provenienti da paesi diversi.

Italiani, Tunisini, Peruviani, Ucraini, Africani e Rom iniziarono a convivere, condividendo spazi e tempo, e crearono una sorta di città.

Nacque così Metropoliz, una città meticcia, senza confini e senza bandiere, aperta ad accogliere chi un posto su questa terra non l’aveva ancora trovato.

Nel 2012 Giorgio De Finis, antropologo, artista, curatore di mostre, film maker, scoprì questo luogo dimenticato come dimenticate erano le persone che lo abitavano.

De Finis decise così di realizzare un documentario, Space Metropoliz (se riuscite, vedetelo!!) con il seguente obiettivo:

ridare voce al sogno, giocando sull’ impossibile. L’impossibilità di avere una casa e di chiedere la luna, e visto che sono entrambe impossibili… meglio optare per la Luna”.

“Una luna che non è di nessuno e che quindi nessuno la può comperare”

Fu un progetto a cui parteciparono attivamente gli abitanti del Metropoliz, insieme ad architetti, volontari e street artists.

I primi murales e le prime istallazioni furono realizzate proprio per rappresentare questo sogno.

Il raggiungimento della luna aveva un significato simbolico molto forte per gli abitanti di Metropoliz: sarebbe stato un luogo dove finalmente anche chi sulla terra era emarginato dalla società, avrebbe ritrovato una propria dimensione, tutti i diritti persi, la propria dignità e soprattutto un po’ di pace.

Se volgiamo gli occhi verso la sommità della torretta possiamo vedere il telescopio di Gian Maria Tosatti,  se entriamo nella sala riunioni/ristorante la prima cosa che si scorge è An amazing adventure in the space di Lucamaleonte, e nella stanza vicino lo spacedog di Mr Klevra.

Dopo aver realizzato queste prime opere, gli abitanti di Metropoliz chiesero a De Finis di rimanere e l’ex salumificio Fiorucci iniziò a diventare una vera e propria raccolta di street art.

Nacque così il Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz (MAAM), dove per Altrove ci si riferisce alla luna e per l’altro alla città meticcia.

Nel 2013 ci fu l’inaugurazione.

Gli street artists collaborarono alla creazione di questo museo autofinanziandosi e lasciando le proprie opere in difesa della città meticcia.

L’obiettivo del MAAM era, ed è tutt’ora, quello di proteggere le abitazioni di queste minoranze etniche attraverso l’arte con la speranza che lo sgombero (la cui sentenza è esecutiva) di uno spazio permeato di colori e opere d’arte fosse più difficile da realizzare e portare a compimento.

Le due realtà, ossia quella della città meticcia e quella dei muri colorati e delle istallazioni, non sono separate tra di loro, ma implodono l’una nell’ altra.

Mentre ti muovi tra le stanze, le sale e i cortili, incontri bambini che giocano rincorrendosi, che corrono con il monopattino, abituati oramai a vedere ed incontrare nella propria casa i visitatori che il sabato, dalle 11 alle 17, possono accedere all’interno del civico 913 di via Prenestina.

Due bambine bellissime di origine peruviana, due sorelle, mi hanno fermata mentre stavo fotografando il murales di Solo, WonderWoman (che è raffigurata con un secchio di vernice in mano). Mi hanno chiesto come mi chiamassi, cosa stessi facendo, e così ho approfittato per farmi una chiacchierata con loro. Avevano l’età di mio figlio, ma vivevano una realtà completamente diversa.

Dalla fabbrica abbandonata sono stati ricavati numerosi alloggi in cui vivono le varie famiglie e degli spazi comuni condivisi da tutti nei quali la comunità si riunisce per le assemblee, per mangiare, per giocare.

C’è la sala ristorante in cui si possono trovare piatti di diverse parti del mondo ma che funge anche da luogo per conversare e confrontarsi. 

E’ stata progettata la ludoteca dipinta quasi interamente da Alice con dei colori e delle immagini a mio avviso splendidi. Dito in bocca, piedini all’aria, bambini che dondolano, queste sono le immagini che occupano i muri di questo ambiente ideato proprio per permettere ai bambini un posto dove stare insieme, giocare, e anche studiare con l’aiuto dei volontari, soprattutto nei mesi in cui è più difficile rimanere all’aria aperta.

Dopo aver visto i murales e tutte le altre istallazioni, ho passeggiato per il cortile arrivando fino alle abitazioni e alla zona più strettamente legata alla quotidianità degli abitanti.

Sono arrivata fino ad uno slargo chiamato ‘Piazza Perù’ dove ho trovato bambini che giocavano a pallone, a volte ripresi dalle loro mamme perché facevano troppa confusione, ragazzine adolescenti che chiacchieravano tra di loro, alzando ogni tanto lo sguardo verso noi ‘visitatori’. Si vedevano i panni stesi davanti alle case, biciclette appoggiate alla porta di ingresso, radio accese. Insomma si respirava un’ aria di normale quotidianità.

Numerose sono le iniziative per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla sentenza di sgombero che pesa su questo stabile e sui suoi abitanti. 

E’ in corso anche una petizione per fermare il pericolo e sostenere la città meticcia di Metropoliz.

Se avete la possibilità di andare, anche con i bambini, vi assicuro che è un’ esperienza molto bella e colorata. 

Ritornando alla dimensione fantascientifica data all’inizio da De Finis , entrare al MAAM è in effetti come essere in una realtà parallela dove l’arte contemporanea si incontra e si mescola con la parte più emarginata della società composta da uomini, donne e bambini con radici e culture diverse. Questa diversità però al MAAM non si avverte, ma anzi è proprio la sua forza e sottolinea ancor di più come una società multietnica sia possibile e auspicabile anche fuori dal civico 913 di Via Prenestina.

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